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Susan Sontag
Il posto di Guccione

in Guccione
Fabbri Editori 1989

Da alcuni anni ormai sono un'ammiratrice dell'itinerario bello, complesso di Piero Guccione. Un'arte di vasta e raffinata ambizione, ricca di un'intensità di visione personale propria della tradizione modernista, e di una limpida attenzione al non-umano. Ciò che non ne fa un artista totalmente modernista è che la sua opera non propone un rapporto trasgressivo con la pittura stessa. E ciò che non rende il suo lavoro tipicamente contemporaneo è l'essenza di una distanza ironica dal modo in cui la pittura incarna il pensare o suscita il sentire. Guccione non si volge al passato come a un qualcosa da annullare o meglio (come si dice oggi) di cui appropriarsi. Né intende, con l'arte, sferrare ancora un attacco alle capacità di empatia dello spettatore.
La mancanza delle consuete forme di presa in giro o di alienazione sembra mettere in difficoltà i fabbricanti di celebrità, cioè di quelle geneaologie artistiche che delle celebrità sono alla base. Quando i giudizi critici e curatori non si discostano granché da quelli di sociologhi e giornalisti, deve trattarsi di un'arte... rilevante. Il lavoro che nasce in relativo isolamento dal dialogo sulla cultura moderna e le sue rovine (e qui parlo di Guccione, ma potrei riferirmi anche a un Howard Hodgkin o a un Richard Diebenkorn) è più difficile da collocare. Ciò che ha valore è il lavoro che può esser descritto come proposta per dispute culturali o per il proseguimento del dibattito in corso sulla pittura.
Con tutto il prestigio di cui godono fin dai primi del secolo le concezioni formaliste dell'arte, e nonostante siano tutti d'accordo sul fatto che l'arte non può esser analizzata come un qualcosa che procede in senso lineare (come la scienza), i codici dominanti di valutazione e classificazione dei pittori restano incorreggibilmente storici. Si tende a capire arte in termini di <<movimenti>> e <<scuole>> che spuntano, fioriscono, si esauriscono per esser soppiantati da un movimento o una scuola contrastanti. L'implacabile moltiplicarsi di rassegne e retrospettive ambiziose in musei e pubblicazioni d'arte conferma l'ideologia secondo cui l'arte - di qualsiasi tendenza - può esser considerata didattica, impetuosa, in trasformazione; in polemica incessante con il passato e coi suoi stessi mezzi (trasformando il facile nel difficile, il difficile nel facile); progressiva e distruttiva al tempo stesso.
Poi c'è la geografia: da più di un secolo i criteri storicistici in pittura sono ancora alla storia delle varie reputazioni nazionali. In pittura, molto più che in letteratura, la geografia è destino. Un'impresa moderna è, per definizione, internazionale; e la pittura sembrerebbe, quanto a internazionalità, relativamente avvantaggiata: a differenza della letteratura, non ha barriere linguistiche. In realtà i fatti hanno dimostralo che in letteratura - e in architettura, e in musica - è molto più facile eludere i pregiudizi legati alla provenienza nazionale. Il modo comune di giudicare (e la fama dei singoli pittori) appare fermamente legato alla reputazione del paese d'origine. Il fatto che Guccione sia un pittore italiano (più esattamente, siciliano) aiuta certamente a capire perché il suo lavoro sia relativamente negletto all'estero. Se la pittura italiana del ventesimo secolo viene definita come una delle provincie dell’arte - in contrapposizione alla Francia, agli USA e ultimamente alla Germania – ciò significa che all'artista italiano toccherebbe di illustrare una qualche idea che confermi l’ambito e l'importanza concesse a un pittore di tale nazionalità.
Pensando a Guccione come straniera sono cosciente, molto più cosciente di quanto vorrei, del fatto che il suo lavoro non suscita fuori d'Italia l'interesse che merita. E anche quando l'interesse si concentra sull’Italia come nella recente esposizione londinese <<Italian: Art in the 20th Century>>, la palese assenza di sicurezza riguardo ai veri risultati della pittura italiana è sembrata ratificare i criteri di fabbricazione delle genealogie da parte dei produttori del gusto e dei mediatori di celebrità stranieri. Balla, Boccioni, Sironi, Morandi, al sicuro per sempre e con le loro quotazioni in continuo aumento, c'erano tutti. Ma l'esclusione di Guccione è stata addirittura scandalosa in una rassegna che avrebbe dovuto rappresentare (e che per gli ultimi dieci o venti anni lo ha anche fatto) il meglio della pittura italiana di questo secolo. Quest'ultimo decennio è stato trattato come il decennio che ha prodotto Francesco Clemente, Sandro Chia, Enzo Cucchi e Mimmo Paladino, i grandi viaggiatori d’oggi, che sono stati inclusi. La lentezza con cui un lavoro fondato su un rapporto non-cinico col passato procede per ottenere il riconoscimento che merita, potrebbe ora diventare la regola. Ma nelle attuali circostanze di produzione e diffusione della pittura, per un pittore sembra quasi una necessaria forma di decoro non esser premiato con una fama prematura e avere una carriera che richiede il suo tempo.
I quadri di Guccione belli, solenni, appassionati hanno un vigore contemplativo che rende difficile considerarli semplicemente rilevanti. Quando saranno concluse tutte le rassegne, costruite le scuole, ratificate le clamorose transazioni di influenza, queste opere continueranno a parlare nel loro registro necessario di interiorità, di singolarità di amore per la pittura stessa.

 

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