Biografia Opere Esposizioni Bibliografia Apparati critici Photo gallery
 
 

indietro  

 

Enzo Siciliano
Guccione: la pittura della vita

in Guccione
Fabbri Editori 1989

Dal fondo meridionale della Sicilia dove è nato, Piero Guccione ha appreso il sentimento palpitante della luce, una luce sospesa fra terra, mare e cielo, fra linee che si confondono nella prospettiva. Mare e cielo sembrano eclissarsi, e la terra pare il loro compatto supporto di materia.
Piero cominciò a dipingere con continuità quando le polemiche fra realisti e astratti voltavano verso una stanca recrudescenza. Era la fine degli anni Cinquanta, e già la pop art lasciava avvertire le sue esigenze di emblematizzazione del quotidiano. In Guccione, già precise, erano esigenze diverse: lo scenario dell'esistente gli appariva nella sua aspra e ambigua sostanza, nel suo bruciore contradditorio. Casomai, non la vittoria delle <<magnifiche sorti e progressive>> si faceva avvertire in lui, quanto una linea di espressionistica rivalsa.
La pop art era nell'intimo ottimistica. L'urto con l'universo urbano - il viaggio di Piero, da Scicli a Roma - prese invece il volto di una intensa drammaticità. Si avverte subito, nelle prime tele di Guccione, che l'avanzare della novità è un evento invincibile ma anche desolante. La verità, in quei primi quadri che paiono vissuti con l'occhio a Soutine, è una verità di lacerati addii. Oppure, è la verità di uno scacco quasi
irrecuperabile.
La brutalità del fatto, una violenza che insulta lo sguardo e le cose, è quanto si fa evidente sempre più sulla tela di Guccione; e l'immagine si frantuma, - dapprima si coagula in una pennellata densa, forte, pregna di una guizzante evidenza; quindi si agglutina o spalma in lame che paiono sgusciare dentro lo spazio stesso per provocarne il sortilegio ottico. Penso a un olio, 40x 40, <<Rondini>>, del '62, primo olio personalissimo in un pittore già formato e riconoscibile: - quell'olio rende palese la tensione singolare, la forza figurale di Guccione, una forza che attinge vigore nel siglare il particolare, anche il particolare trascurabile, rondini in volo, e di cogliere in quello un senso molteplice, ricco, inevasibile.
Contro il cielo azzurro, un azzurro carico e spesso, il taglio delle ali nere, il grumo confuso d'un avorio di luce, ci fanno avvertire il brivido d'una tragedia, ma insieme uno slancio di libertà, - il tragico dell'esistenza e il sentimento di responsabilità espressiva, quell'impegno assoluto verso l'immagine che è di ogni vero artista.
Guccione si fa insomma pittore di quella profonda malinconia che investe chiunque viva la vita con appassionata adesione, - ma la vita gli risponde come qualcosa di estraneo, di sigillato in una ritualità delusiva. Contro quella ritualità, ecco imporsi una purezza di sguardo, un prescindere dalle clausole della moda, un mantenersi tenace alle acquisizioni storiche della pittura, - e la pittura diventa strumento incontestabile d'una visione che si fa pensiero.
La pittura come attendibile testimonianza del tempo: - le polemiche spingevano verso tali progetti, il loro fuoco promuoveva simili impegni. Per Guccione tutto ciò diventa una sommessa acquisizione, o ricerca di impronte umane dentro il fascio delle sensazioni fisiche. Interni con oggetti, interni con figure, studi di ritratto dove si definisce incontestabile l'assenza della figura: - Piero cerca di rendere sensibili, isolandoli, i residui che l'uomo lascia dietro di sé, echi d'una sofferta presenza. C'è disgusto, un disgusto non esibito con sprezzo, verso la materia convenzionale dell'io. In tal modo la pittura diventa pensiero senza obliterare la propria qualità o l'evidenza delle proprie qualità tattili, figurali.
Allora, sul tessuto delle materie pittoriche quell'assenza lascia il segno di una dolorosa cicatrice - il taglio nero delle ali in quel <<Rondini>>, - e la cicatrice diventa un varco, la fessura perché l'immagine si formuli, offra il proprio volto alla luce. Ma, quest'immagine, nel suo farsi all'interno della materia fissa un suo oggettivo esserci, una sua oggettiva resistenza all'impressione o alla sensazione, e in tal modo acquista peso di pensiero, così come è pensiero la pittura in Cézanne, in Morandi, e per più versi in Hopper.
Pensare, vedere: - pertinacemente legato a questi due poli dialettici, Guccione lascia che nel suo stile affiorino trame figurali raccolte dalla tradizione pittorica, da Bacon, o da Luca Signorelli, da Bonnard o da Vermeer. Questa costellazione di riferimenti chiarisce l'intreccio che corre fra quel vedere e quel pensare, come fra essi non vi sia sopraffazione dell'un polo sull'altro, ma anzi come essi vengano a trovarsi sempre sul filo di un equilibrio di continuo riconfermato, mai fissato una volta per tutte. È proprio il vedere che riconferma il pensare, o lo riporta al suo dato originario, quello che il verbo<<riflettere>> esprime, - specchio di ciò che la vista palesa e che la mente pone in prospettiva.
Si potrebbe dire, a questo punto, che l'uso, nell'immagine, di superfici specchianti diventi in Guccione, alla metà degli anni Sessanta, un approdo di alta qualità metaforica. Trasparenza e verità dello specchio - vedi il quarto dei cinque <<Interni con figura>> del 1965 - rappresentano per il pittore un momento di continua verifica, di continua riprova. Così, le superfici delle auto in sosta, nelle macchine-paesaggio del '66 e del '67.
Ma, all'improvviso, ecco sparire dai soggetti pittorici di Guccione il proposito o l'intenzionalità. Un piccolo olio del 1968, <<L'aereo passa sulla spiaggia>>, vede trasformarsi la superficie specchiante nel gioco mobile di luce e ombra, e l'essere delle cose recupera la propria irrefrenabile naturalezza. Il pensiero si circoscrive o si iscrive nel vedere medesimo, non propone più la propria alterità differenziante. Il gesto di Guccione si fa più velocemente armonioso: balena il proprio bersaglio. In opposizione critica con l'iperrealismo albeggiante, Guccione sfugge alla dimostratività ottica delle cose per recuperare, sempre in linea con la costellazione di maestri sotto cui è andato naturalmente a porsi, la profondità, la memoria intrinseca a ogni essere.
Fu l'irruzione o l'eruzione iperrealistica una rivendicazione d'ordine tecnico dove la pittura si mostrava vogliosa di nozze con la fotografia. L'uso degli acrilici azzerava ogni spessore, ogni tentazione di cézanniana << profondeur>>. Dalla levigatezza di certi oli, quelli delle <<Attese di partire>> del 1969, Guccione passò agli studi di mare dell’anno dopo tornando a rendere sensibile un fitto tessuto di pennellate, secondo un sistema di sovrapposizioni e trasparenze nelle quali il tema della luce e della sua impalpabilità si faceva quanto mai disteso, ricco.
Sono gli anni delle partenze da Roma e dei ritorni sempre più stanziali a Scicli. La presenza del paesaggio, con quel tanto di poroso o di velato fino al tremulo tulle della foschia, con un troppo di abbagliante luminosità anche, che appartiene al paesaggio di quel lembo estremo di Sicilia, - diventa in Guccione ossessione tematica. E il riscontro dell’ossessione si ha in una scelta materica precisa: la polvere di pastello.
Le marine di Punta Corvo, attraversate - ancora come da cicatrici - dai fili telegrafici, paiono guardarsi in tante replicate copie a pastello per sprofondare poi in alcuni grandi oli. Ma il pastello pare chiedere di più,
sempre più a Guccione, perché in quel paesaggio c'è una immota, bruciata verità che soltanto la polvere di colore selezionata dalla mano paziente riesce a rendere visione.
Ibischi, le strade di Cava d'Aliga avvolte nell’abbacinante luce meridiana, - quelle polveri, diventano la strana, magica cosmesi di un’esistenza che guarda se stessa con stupefatto, malinconico ardore.
Tanto ardore si trasforma, con ferite profonde di malinconia, nel pensiero di questa pittura. Una volta Guccione ha citato l’apertura l'apertura di un sonetto michelangiolesco: <<Non ha l'ottimo artista alcun concetto...>>. La conquista della pittura guccioniana è in questo selettivo processo di rigenerazione visiva, - o è una conquista di esistenziale testimonianza. L'ibisco che vive in un giorno, spandendo le sue porporine nell'aria, diventa il pegno o il simbolo di quanto la vita può affidare alla pittura, - ed ecco che altra polvere, su carta, testimonia di quel vivere frale, e ne sigilla nella propria deperibilità imponderabile il destino.
Pittura di sofferto racconto, quella di Guccione acquista sempre più il tono di una ardita, sofferta interrogazione.
L’uso di olio e pastello nelle tele dedicate alle <<linee della terra>> (è il paesaggio dei calanchi ragusani), o in quello stupefacente <<Riflesso sul mare>>, datato 1979/82 (per nulla impressionistico è il lavoro di Guccione, ma procede per lente acquisizioni, per successivi e lenti sprofondamenti), - ripeto, l’insistito uso del pastello e dell'olio insieme, al fine di ottenere una densità non ingrommata né una opacità sorda, ci fa capire quanto l'aspirazione del pittore attinga a un bisogno strenuo d'espressione e di significato. Quella opalescente superficie, quello specialissimo spessore ottenuto puntualizzano la qualità di un paesaggio, il
modo in cui la luce rade una superficie e la rende viva, ma anche ciò che su quella superficie un'artista può stendere di sentimenti, di passioni. <<Riflesso sul mare>>, in quel mauve che svaria nel rosa come un vibratile azzurro che la luminosità solare assorbe e tende ad azzerare, esprime il silenzio con cui il destino sigla i propri andamenti, ma anche il modo in cui la vita albeggia pur dentro l'assedio d'un mare di maliosi, funebri richiami.
La vita che resiste, che non si lascia travolgere da una magmatica infinità, misteriosa terra promessa che si realizza nel diuturno lavoro al cavalletto - quei passi avanti e indietro che inscenano un lungo viaggio mai giunto al termine, - questa vita non corrosa da alcun gratuito disfattismo, osservata per quel che è, ferita e spasimo, violazione e resurrezione, ma anche spoglia morta, questa vita sempre colta al punto di un ineffabile ritorno a sé è poi il tema continuo, pervenuto a un momento di assoluta purezza, della pittura di Guccione.
I miracolosi studi della Pietà michelangiolesca, certi d'après da Friedrich, - quel trasfondere come al di là del sogno la visione, coglierne la memoria possibile, questa è vita al suo primo schiudersi al palpito che mai dovrà andare perduto, e di cui Guccione fa con strana e trattenuta audacia, materia di poesia.
l carrubbi in agonia, macerati, la malinconia <<delle pietre al tramonto>> o la gloria dei campi di grano: - la replica della cicatrice dell’esistente, la sua ricerca accanita, compiuta con religiosa devozione e con un pudore ineguabile, diventa nella pittura di Piero tema depurato, ricondotto allo stato nascente del movimento, quasi una accorata melodia.
Le contraddizioni o le ambiguità del reale, argomento degli esordi guccioniani, non sono obliterate, ma sono ricondotte alla loro scaturigine o al loro momento di fuga. Guccione non fa di questo una mistica, non ne fa materia di ascesi. Quella resistenza della vita in se stessa, che egli ha intuito come un privilegio - resistenza di un dato reale, comunque investito di luce, - per esprimersi sulla tela deve intridersi di temporalità: si prospetta sempre nel momento di un divenire, come un’apertura, non soltanto come esserci
statico e mortuario.
Poesia del tempo o della verità nel tempo. A osservare <<Mare di luglio>>, un olio 1985/'87, la piccola schiuma che si rovescia sulla linea scura del mare, e che avanza verso la risacca, dove una più profonda linea scura sta per piegarsi sulla sabbia in primo piano, segna l'attimo in cui l'occhio coglie la possibilità di uno sviluppo: - quello sviluppo è appunto tempo, tempo che raduna in sé il senso intero dell'immagine. E la vita è l'emergere di quella schiuma, un aprirsi candido dentro il pallore inesausto, magico, mattinale della luce.
Se c'è una vita che possiamo ancora esprimere, quella cui possiamo aspirare come a una vittoria, una vittoria che avvertiamo dilagare nel cuore come una sofferenza non negativa, di questa vita Guccione è il pittore, di questa vita si caricano gli abissi notturni dei suoi pastelli, gli orizzonti azzurri o verdi delle sue tele, una vita che viene riscoperta come sensualità per nulla effimera della mano che dipinge e dalla mente che spera di non essere mai annullata nel proprio credo.

 

indietro

 
     
 
 
  Homepage  /   Biografia  /   Opere  /   Esposizioni  /   Bibliografia  /   Apparati critici  /   Photo gallery  /  
  Per tutti i diritti delle immagini delle opere di questo sito, Piero Guccione ©
  www.pieroguccione.it  /  Realizzazione: Studio Scivoletto