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Maurizio Calvesi
La leggerezza del colore

in Piero Guccione
Il Cigno G.G. Edizioni 2008

Nel 1984, quando misi insieme per la Biennale di Venezia una mostra che intitolai Arte allo specchio, il mio intento era non solo di confutare l'irresponsabile opinione, allora dominante e in seguito riaffacciatasi anche con maggiore insistenza, che la pittura, tanto più d'immagine, fosse defunta; ma anche di mostrare come, al di là delle violente fratture tra presente e passato (o di qualche programmatico e spesso esteriore "ritorno al museo"), gli artisti del XX secolo avessero talvolta trovato nella storia dello pittura - e potevano continuare a trovare - segrete complicità. Tra qualche ripresa, che allora esposi, da antichi maestri (a cominciare dal Picasso di Las Meninas) dimenticai, imperdonabilmente, i d'après di Piero Guccione (ed è vero che forse alcuni tra i più belli - degli anni Ottanta e Novanta - erano di là a venire). Dico imperdonabilmente perché le riprese di Guccione, per lo più a pastello o carboncino su carta, sono gli esempi forse più emozionanti della capacità d'un artista contemporaneo di far proprie immagini di sommi maestri d'ogni tempo, senza violentarle né snaturarle; ma senza perdere alcun tratto della propria identità espressiva, anzi ritrovandovi una conferma delle sue necessità, dei suoi estremi. Naturalmente il discorso non muta di fronte alle straordinarie acquaforti e acquatinte che illustrano il volume di Galilei, dove il possesso di una tecnica magistrale porta l'artista a risultati altrettanto pregnanti, di finezza disegnativa, di vibrazione luminosa, di leggerezza del colore, riuscendo a far riemergere lo stimolo visivo del capolavoro rivisitato come da un bagno interiore di spiritualità, che lo trasforma, pur mantenendone viva e riconoscibile l'impronta poetica.
I d'après - tutti bellissimi, alcuni davvero eccezionali - di Guccione ribadiscono l'affascinante sensazione che l'intera sua opera pittorica comunica, con il miracoloso conciliarsi tra sentimento moderno, vibrantemente attuale, "presente" e lungo corso (secolare, millenario, "eterno") dell'arte. Nell'accogliere presso di sé una voce del passato remoto o prossimo, Guccione sa mirabilmente intenderne gli accenti, ma sa anche confrontarli, ed assimilarli, alle corde della propria poetica, in un'interpretazione tanto personale quanto fedele a una verità; giacché (tanto sembra di potervi cogliere) ogni autentica poetica, in quanto piena e vissuta esperienza dell'umano, potenzialmente contiene, e può quindi ravvisare in sé, l'essenza di ogni altra autentica poetica.
Tra le immagini che ho sott'occhio faccio un breve censimento: si comincia - già nel 1962 - da Signorelli e Bacon, per proseguire con lngres, Giorgione e Friedrich, con il Trionfo della morte palermitano e, insistentemente, con Michelangelo Buonarroti e Michelangelo da Caravaggio. Osservo che non solo sono modelli di una piena e articolata, talvolta, dura plasticità, per una pittura "morbida" e fatta di luce come quella di Guccione, ma che, tra tutti, il solo Giorgione (il Guerriero degli Uffizi) potrebbe essere, di primo acchito, assimilabile a quel "lirismo" che si è soliti valutare, sia pure con detestabile semplificazione, come uno dei tratti salienti dell'artista. Ma lirismo come quintessenza di poeticità, e in effetti: a questa nota dominante di poeticità Guccione riesce a riportare ogni altro dei suoi supremi modelli, come estraendola laddove è più nascosta nel sottofondo del dramma; ma comunicando al tempo stesso anche l'intensità e l'essenza del sentimento emergente, per drammatico che sia: sentimento accorato, nell'accasciarsi della Maddalena (dal Merisi della Morte della Vergine) entro una gora d'ombra che introverte - senza tradirne la disperata radice - l'oscurità caravaggesca; sentimento erompente, dalla "piccola crocifissione", del grido di Masaccio: attenuato ma al tempo stesso esaltato nell'effusione luminosa e nel risalto, in essa, dello struggente chiaroscuro che plasma il compatto torace del Cristo; trasfigurante tensione del Prigione di Michelangelo, il cui sofferto contrasto si esprime in un reinventato spasimo della materia. Sempre verificando nell'intimo del proprio stile e nello specchio della propria, silenziosa passione ogni riconosciuto - e diversamente riflesso - accento di un comune sentire, comune perché dell'uomo, del "poeta". Non sorprenda che, per parlare di un artista della statura di Piero Guccione, abbia enucleato un suo aspetto che può apparire minore, un aspetto che in altri corrisponderebbe a un semplice momento di studio o d’esercitazione. Ma tale non è in lui, bensì, come ripeto,è la pietra di paragone di un’autentica “vastità” ovvero profondità della sua poetica, nell’imprimere le stimmate della poesia (e in questo senso più assoluto e universale, del lirismo) a ogni “fondamentale” della fisiologia dello spirito: da un rapporto incantato a uno malinconico con il creato, dal fulgore alla nerezza. Mi riallaccio, con questo, a quanto molti di noi hanno già notato circa la compresenza, nella pittura di Guccione, di accenti di dolcezza anche gioiosa e di latente sofferenza. "Ma la sofferenza - ha scritto Giuffrè a proposito di un altro incontro, sconvolgente, quello con Bacon - il pessimismo o la sconsolata presa d'atto, sottendono un'attesa - se non una speranza - che è anch'esso linfa del mondo". Attraversando i momenti anche più variabili del sentimento, lo sguardo partecipe dell'artista è però invariabilmente attratto quasi da un fine ultimo, come il fiume è attratto dalla foce, a risalire "oltre", verso un esito: di vastità, di pacificato silenzio, verso un approdo.
È di sublimazione (e qui la "verifica dei d'après incrocia il sublime di Friedrich), è di sublimazione il processo che interviene nella pittura di Guccione ad operare la fusione, a una comune temperatura, tra i diversi moti dell'animo, o come a maturarne, appunto, la comune essenza di poeticità quale comune tensione all'alto. Non è per un gioco di parole che a questo processo di fusione nel comune anelito viene a corrispondere un modo della pittura connotabile con lo stesso termine: quel modo che Guccione è venuto possedendo attraverso i lunghi anni di un continuo inoltrarvisi, dagli impianti più linearmente scanditi, dapprima, di uno spazio-luce in cui i due esponenti dell' equazione hanno poi trovato una sempre più serrata identità. Questo processo di "fusione", appunto, non si dà soltanto nell'occhio, nella forma come involucro, ma nella forma come sostanza di sentimenti che prendono forma e nel prendere forma ritrovano quella comune radice dell'umano, che ne è anche la destinazione.

 

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