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Flavio Caroli
Nella grandezza, nella qualità

in Guccione. Pastelli 1974-1996
Electa 1997

Il rito è sempre quello. Taxi, aeroporto, check-in, la porta d’imbarco.luci metallizzate, quella strana intonazione luminosa che assumono le cose quando sono viste – conservate – dietro una teca di cristallo. Poi l’autobus, e la breve attesa sotto il mostro luccicante, prima di salirci su. Lame. Riflessi come spade. Una tinta altissima di cielo smaltato, questo sì quasi atonale, come il campo assordante di uno stemma. Distanza. Mistero. Solennità nel tempo: del tempo.
Ebbene, non credo di essermi perso una sola volta in questa magia, negli ultimi lustri, senza aver pensato alla pittura di Guccione. Non so neanche bene perché. Credo che la responsabilità vada attribuita a una serie di pastelli, più o meno dedicati agli aerei, che mi incantarono molti anni fa. Ma non importa. Il punto è che la magia del visibile, nel tempo, una magia dunque “moderna”, in qualche punto del mio essere, è legata a quelle immagini. Non so nemmeno se ciò significhi qualcosa. A me pare che voglia dire questo: l’incanto del visibile “moderno”, l’altissimo silenzio che avvolge la mia come tutte le vite, mi è stato trasmesso in via primaria da chi l’ha azzannato in via primaria prima di me. E tanto basta. La vita è questa. L’arte è questa.
Ma io oggi ho il compito di parlare di un Guccione “antico”. Com’è esaltante scoprire che non c’è alcuna contraddizione! È del tutto impossibile una grande arte moderna senza la comprensione, almeno cromosomica, della grande arte antica: e questo è ovvio. È del tutto impossibile entrare nei misteri poetici del passato senza essere “moderni” fino alla più intima fibra di sé, perché l’arte è il sunto, e il succo, della vita, e non si può capire l’arte se si è poveri di vita, cioè di modernità, perché la vita va, e il senso della vita non può essere che assolutamente moderno: il che è già meno ovvio. Ma c’è di più: molto di più. C’è la verità. La verità della vita e la verità della pittura, l’una dentro all’altra, anche se non sarà mai chiaro quale sia il contenente e il contenuto. La verità che è sempre un po’ più lontana delle nostre investigazioni. La verità che è – comunque – un passo dopo. Ma noi lo sappiamo chi marcia in quella direzione e chi finge di dilettarsi nella direzione opposta. In questo senso, noi, tutti noi, abbiamo un istinto ormai animalesco. E non per l’arte, non per la vita retoricamente intesa, ma per noi, per il nostro piacere, per il gusto di non sprecare i nostri giorni, amiamo seguire, pedinare, chi si muove verso la verità. Passo dopo passo, indizio dopo indizio, tormento dopo tormento, esaltazione dopo esaltazione, finché “il mare non sia sopra noi richiuso”. Verità della vita nella verità della pittura, ma anche verità della pittura (un colore, un segno, un brivido) nella verità della vita. È tutto qui. A chi ha tempo da perdere, arrivederci. Perché lo rivedremo, il giorno stesso in cui si accorgerà che il nulla non aiuta il vivere, e nemmeno il suo contrario.
Gli omaggi ai misteri del passato di Piero Guccione, vanno senz’altro iscritti fra le cose più emozionanti che io abbia visto negli ultimi anni. E come potrebbe essere diversamente, quando nel rosso bagnato d’oro di una plorante disperata (da Masaccio) vola tutto, ed è proprio come se quel sangue aranciato e diluito prendesse il volo, e si alzasse come un aliante verso il Grande Fantasma, il pescecane con la testa stremata, e staccata, e poi conficcata lì, incassata fra le spalle, anzi nel tronco stesso, poco dopo aver pianto “Padre mio perché mi hai abbandonato?”. È un uomo quello lì, un uomo da capo a piedi, e gli è caduta addosso una disperazione mortale quando ha capito che Suo Padre, non altri che Suo Padre, l’ha abbandonato, e adesso c’è una sola cosa che vorrebbe fare, tirare dentro la testa come fanno le tartarughe. E lei, la plorante, lo sa quale sia la desolazione infinita che sente dentro, come il dolore del corpo sia niente di fronte al terrore e all’orrore dell’anima, e lei ama proprio quel corpo, quelle cellule, quel ragazzo, e non può fare altro che alzare le braccia, e cosa volete che le importi se la sua veste si alza sublimemente come una vela: ma quella è l’arte, e l’arte e la verità possono essere anche così, avide e senza cuore.
Giorgine è una corazza, arrotata e sfavillante come un carrarmato o come macchina da guerra. Rotola infatti, il carro blindato in piena luce, perpendicolarmente al nostro sguardo, emette sinistri, seducenti bagliori su un nero che anticipa puntualmente quello di Tiziano, e non basta a ingentilirlo la nota ancora una volta sanguigna di un drappo che parla di stragi e, probabilmente, di morti precoci (non se ne è andato anche lui, Giorgione, sulla soglia dei famigerati trentasette anni che inghiottono i divini fanciulli?). ma là, in alto, cade la nebbia degli inverni veneziani. È infinitamente lontana e obnubilata, la Fisionomica del fondatore, con Leonardo, della Fisionomica in pittura. Appare immensamente remota, la malinconia del guerriero più fiero e fragile della pittura moderna. La caduta di energia si è già verificata. Il dubbio ha corpo e strisciante vitalità. Guccione lo sente; lo allontana; lo teme.
Come non teme invece – ed è intuizione stupenda e rivelatrice – lo sfumato leonardesco. Lo saggia, Guccione, nella testa si Sant’Anna, lo sgrana cellularmente negli infiniti avvallamenti della carta, ma alla fine è come se dicesse “no, inutile insistere; non è quello Leonardo, non è solo quello”. Leonardo è un’onda di azzurro freddo e corallino, è la passione congelata di una nota astrale che, dopo Tiziano, la pittura perderà per sempre (sopravviverà un po’ e modificata nell’accezione, soltanto in Lorenzo Lotto), è il colore di sete, di cieli e di onde che scrivono la sconfinata, casta sinfonia visiva dell’universo.
Casta come non è, proprio non è, e non deve essere, la Danae di Correggio. Non lo è nell’originale che, dietro a cortine di rimozione classicistica, lascia trapelare i brividi di autocontemplazione e autoerotismo più spasmodici della storia dell’arte, ed è dunque lontanissima dalla descrizione che se ne dà abitualmente, una descrizione che la vorrebbe ricettiva e opulenta matrona di rappacificato eros emiliano. E non lo è, di più e genialmente, nell’interpretazione guccioniana, senz’altro uno dei pochissimi brani di vero erotismo prodotti dalla pittura negli ultimi decenni. Non ha testa, infatti, il corpo in attesa. Gonfia seni piccoli con capezzoli già turgidi. Scosta la coperta. E noi la vediamo, l’ombra “origine del mondo”. Ne percepiamo l’attesa. La vediamo come la vedono gli occhi di Danae fuori quadro. La ammiriamo come la ammira Danae. Ci identifichiamo totalmente in lei, l’ombra. Siamo tutta ombra. Siamo solo ombra…
Ci voleva una pausa con Eros, perché un attimo dopo – e non poteva essere diversamente – ci attende il suo gemello, che ha nome Thanatos. Qui, il lettore deve consentire ricordi ed emozioni personali. Ho rivisto la Decollazione di Caravaggio un mese fa, a Firenze, dopo venticinque anni, e in piena luce. Mi sono sentito male. A me sconvolge il fatto che Giovanni abbia atteso il colpo con le mani legate dietro la schiena (siete mai stati su un tavolo chirurgico? Pensateci!). E mi rivolta il fatto che la testa adesso sia già spiccata, ma non del tutto (quindi forse, e in qualche modo, ancora cosciente), e che l’aguzzino, col coltelletto a rasoio, si accinga a tagliare un ultimo lembo di pelle ( vi siete mai procurato un taglio in un dito? Pensateci! C’è nulla di più orribile del contatto tra il metallo tagliente e le vostre sensibili cellule, il metallo tanto più duro delle cellule?). la carne e il metallo. Giovanni oggetto passivo, legato, del metallo…
Guccione è sconvolto dall’aguzzino, dalla carne – e dall’anima – che brandisce il metallo. Schiena d’atleta, lunga e luminosissima. Muscoli contratti. Macelleria. Indifferenza del norcino. Ma appunto: è possibile essere indifferenti al dolore? Evidentemente sì. Certamente sì. Sì, perché la testa del norcino è nulla. Grumo d’ombra. Carne secca. Una passata di luce, che è cosa esterna, non interna, alla testa in questione. Testa che è nulla. Nulla feroce. Nulla in luce. Mentre il sangue defluisce dal tenero Giovanni, che speriamo sia di là, e guardi il suo corpo come nulla transeunte, in una delle tante albe che illuminano il mondo.
Capisco adesso che il viaggio di Ulisse, o di Guccione, non è stato affatto capriccioso, innamorato o errabondo, ma ha seguito inflessibilmente una rotta segnata, che doveva portarlo a toccare i porti primari. L’amore, il dolore, la morte, la malinconia… Capisco adesso che tanto primari erano gli approdi da postulare risposte essenziali. Sostantivi assoluti. Pochissimi aggettivi al diapason del colore. Emozione trascinante perché trattenuta al massimo di pressione. Se non sono “moderni” i primari della vita, che cosa è moderno?

 

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