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Enzo Siciliano
A proposito dell'uomo

in Guccione
Il Gabbiano Edizioni 1971

Human concern/Personal torment è il titolo della grande mostra organizzata al Whitney Museum di New York e alla Berkeley University a cavallo tra il '69 e il '70. Successo contrastato. Esquire ha suggerito ai propri lettori: <<Il modo migliore per mantenere una appropriata distanza estetica da quest'arte è schivare il colpo >>. Per l'articolista si tratta di <<vita sputata >>, di << un'immagine dell'oggi, fin troppo concreta>>. Torna in ballo l'espressionismo figurativo e << dipinto >>; sulla pop è passato un ciclone di non innocenza, d'assenza di grazia. Duane Hanson intitola Riot un gruppo di pupazzi di cartapesta e vestiti appropriatamente : poliziotti che picchiano negri a torso nudo. Diciamo che lo stile madame Tussaud è svelato per i suoi caratteri allucinatori e persecutori.

Il clima della mostra, risultati particolari a parte, sembra colpire nel segno. Sostiene Robert Doty, nella introduzione al catalogo: << Sono artisti che non si occupano più di vaghe teorie che riguardano il << realismo sociale >>, piuttosto si preoccupano di comunicare in maniera diretta il loro intenso disprezzo, la disillusione e il disgusto per una politica, e una struttura, che di continuo permette, se non realmente incoraggia, conflitti e sofferenze >> .

C'è nelle testimonianze più recenti dell'arte americana un che di urlato e incontenibile, e insieme una tumultuosa autenticità che fa prevedere riuscite future certamente affascinanti.

Anche in Inghilterra vi fu, qualche anno fa, un calarsi nel mondo, un aggredire quel che è possibile chiamare the human concern. E quei pittori ancora oggi attraggono la nostra attenzione: Peter Blake, David Hockney, Ronald B. Kitaj, per qualche verso anche Richard Hamilton.

Human concern anche per l'Italia. (Come tradurre l'espressione? << Questione umana >>. <<Faccenda Umana>> << A proposito dell'uomo >>?).

Il problema per l'Italia si pone in termini diversi. Molta pittura neorealista fu human concern (stabiliamo che usiamo l'espressione come pura cifra semantica). E il neorealismo fu gestuale e comportamentistico, — come poteva essere inteso, affatto politicizzandolo, il comportamentismo negli anni della guerra fredda (escluso ogni fenomenismo; e altrettanto, ogni fenomenismo mi sembra escluso dalla mostra al Whitney Museum).

Oggi, il massimo di interiorizzazione è per me human concern. Non voglio dire piatto onirismo, quanto capacità di rispecchiamento (plastico, ottico) delle dimensioni emozionali, delle possibilità emblemizzatrici dell'immaginazione. Una pittura – se il caso è della pittura – che non registri, ma sviluppi, liberi e realizzi le impalpabili cristalizzazioni ne la pro-fondeur (diceva CéZanne del quadro). E' là che l'uomo compie l'operazione di conoscenza totale, una conoscenza attraverso se stesso prima che dedicata a se stesso.

Human concern, dunque, in Piero Guccione (olii alla << Forni >>, Bologna; disegni a matita o penna a <<Il Gabbiano>>, Roma). Gli olii sono raccolti in una serie dal titolo Attesa di partire: pittura dell'ambiente umano. Le lunghe ombre del pomeriggio invadono, di là dalle vetrate, l'impiantito di gomma della sala partenze dell'aeroporto di Fiumicino. Sedili vuoti, o sagome in controluce, appiccicate ai vetri. Fuori, le code degli aerei prendono sole sullo smalto, e i vetri riflettono lo sbattersi della luce in una fuga di inafferrabili specchi. Oltre gli specchi, in una azzurra luminosità sottomarina, rasa in alto forse dal sole, sul campo aperto, Quelli che vanno e Quelli che verranno.

Insomma, il frastuono dei jets, l'angoscioso andirivieni delle aereostazioni si tramuta espressivamente in fantomatiche apparizioni, in una rete di sottili allarmi (quei vuoti, quelle ombre), – e la pittura scatta in quell'ossessivo replicarsi del segno su se stesso, verticalmente, in quel proiettarsi l'immagine sempre e soltanto dentro una dimensione speculare o equorea. Sia pure terso ma ossessionato dal gioco ottico, Guccione richiama alla mente – proprio in virtù di quei segni verticali che riempiono la superficie del quadro in maniera compattissima, quasi a maglia, – (oltre ai fiamminghi) Jasper Johns. (Si confronti, iconograficamente, Diver di Johns e Platani sulla Wolks-Wagen, una tela che Guccione dipinse nel '67). E' la maniacalità del segno che congiunge i due pittori: – perché se gli artisti si somigliano, non si somigliano certo a livello di superficie, ma per dinamica, per gesto, per tensione.

Poi vi sono i volti che Guccione ritrae, in olio o a matita: - e lì l'abrasione conoscitiva, fino a una identificazione quasi fisiologica, che il medium smaltisce, si fa divampante. Un occhio, lo screziarsi della barba, una bocca, il rilievo di una massa di capelli, sembrano strappi operati a pelle, per succhiarne il senso segreto, il destino, il punto in cui la vita più ha bruciato. Nei ritratti a matita, un occhio definito nella minuzia, l'altro quasi appannato, sembrano essere la spia d'uno scandaglio inquietante, d'una violazione. E talvolta violazione è un semplice accenno di fisicità, poi assorbito dal colore – e il colore, al di sotto, porta traccia e impronta: ma quel che riguarda l'uomo è proprio l'aspirazione all'esserci, la sua fatica esistenziale, la sua fuga e il suo tormento (v. i due << Autoritratto con Paola >>). Guccione è un pittore che ha guadagnato una tale densità.

 

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